INCHIESTA / Il rapporto Audimob sulla mobilità degli italiani: il peso del reddito
Il tasso di mobilità sostenibile in Italia è fermo da un quarto di secolo. E il crollo demografico non lascia ben sperare. Per la prima volta il rapporto Isfort prende in considerazione la fascia di reddito degli utenti. Il risultato? Squilibrio modale tra i diversi comuni in base alla ricchezza. Da 24 anni il tasso […]

Il tasso di mobilità sostenibile in Italia è fermo da un quarto di secolo. E il crollo demografico non lascia ben sperare. Per la prima volta il rapporto Isfort prende in considerazione la fascia di reddito degli utenti. Il risultato? Squilibrio modale tra i diversi comuni in base alla ricchezza.
Da 24 anni il tasso di mobilità sostenibile non è mai variato significativamente. L’Italia è quasi immobile, nei cambiamenti sostanziali come anche nella domanda legata agli spostamenti. Nei prossimi anni potrebbe andare pure peggio a causa del crollo demografico congetturato. L’aspetto che più fa riflettere, in termini di mobilità, è la rilevante disparità tra i territori. Ovvero, tra quelli ricchi, che dispongono di più servizi e infrastrutture, con un maggior accesso al trasporto pubblico, e quelli poveri, a cui non resta che affidarsi all’automobile per gli spostamenti.
Un obbligo più che una scelta dettata da una carenza strutturale che proietta l’automobile, anche quest’anno, alla prima posizione nella classifica dei mezzi più usati sulle ‘strade tricolore’. Alla luce dell’attuale situazione, serve uno scossone. È ciò che emerge dal 21° rapporto sulla mobilità degli italiani, denominato non casualmente “C’è bisogno di una scossa”, realizzato dall’Osservatorio Audimob di Isfort con la collaborazione scientifica di Cnel, Agens e Asstra e con il sostegno di Fnc, e che mostra il Paese, la sua movimentazione, le piccole conquiste ma anche le grandi lacune.

Le linee di tendenza della mobilità
L’attuale periodo, considerato come fase ‘post Covid-19’, è caratterizzato da una ripresa dei volumi di mobilità, inizialmente accelerata è andata poi stabilizzandosi negli anni a noi più vicini. Rimane però un gap da colmare rispetto al passato, che però potrebbe risultare strutturale: una variazione negativa che oscilla tra il 5 e 10 per cento a seconda dell’indicatore impiegato per la misurazione, ovvero numero spostamenti giornalieri o passeggeri*Km giornalieri.

Il futuro della mobilità e della sua domanda deve fare i conti anche con alcuni importanti aspetti. Il primo riguarda il forte calo demografico che interesserà l’Italia. L’Istat, nelle sue previsioni – peggiorative rispetto alle precedenti – affronta la questione attraverso l’elaborazione di alcuni scenari: in quello mediano stima un abbassamento della popolazione del -4 per cento al 2044, includendo la compensazione dei flussi migratori, benché non semplice da quantificare. Vien da sé che a meno persone corrispondano meno spostamenti. In base alle stime del modello dell’Osservatorio Audimob si determinerà una riduzione del -2 per cento degli spostamenti al 2034 e del -7 per cento al 2044. Lo scenario mediano individua impatti maggiori sulla movimentazione della classe 14-19 anni (-15 per cento al 2034 e -28 per cento al 2044,) a fronte di una forte crescita della mobilità degli anziani 75-84 anni (+39 per cento al 2044). Anche gli spostamenti per lavoro scenderanno in misura non marginale: il blocco dei cosiddetti ‘lavoratori’, in cui coesistono tutti coloro di età compresa tra 17 e 64 anni, subirà una contrazione del -6 per cento al 2034 e del -14 per cento al 2044. I dati emersi prospettano una riduzione più robusta verso gli spostamenti con i mezzi pubblici, la cui utenza oggi risulta particolarmente sbilanciata su studenti e lavoratori.

Una boccata d’aria la potrebbero dare coloro che svolgono la propria attività da remoto. «Si prevede infatti il consolidamento della platea di smartworker oggi stimati a 3,55 milioni, in crescita a 3,75 milioni nel 2025 (stime del Politecnico di Milano) – recita il documento -. Poiché i lavoratori a distanza tendono a utilizzare di meno l’automobile e di più i mezzi pubblici (e la mobilità attiva), l’impatto sull’equilibrio modale dovrebbe essere positivo. Non è detto invece – viene puntualizzato – che l’effetto finale sulla domanda di trasporto pubblico sia ugualmente di segno positivo a fronte del calo degli spostamenti complessivi».
La persistente crescita dei flussi turistici avrà un impatto, seppur relativamente limitato, sulla domanda di mobilità, anche se vanno tenute in debita considerazione le situazioni già in essere di ‘overtourism’ con la congestione delle destinazioni. Ad ogni modo, la componente formata dai turisti risulta di quelle ‘buone’ per l’orientamento al trasporto pubblico, alla mobilità pedonale e ai servizi di micromobilità e sharing.

Il mezzo preferito? Auto, auto, auto
Da nord a Sud, da est a ovest, e viceversa, chi deve spostarsi opta quasi sempre per l’automobile. Nonostante nell’ultimo anno e mezzo si sia registrato un calo (nel primo semestre del 2024 il suo utilizzo negli spostamenti si attesta al 63,1 per cento) nel confronto con l’annualità 2019, prima degli sconvolgimenti dell’emergenza pandemica, il suo impiego è salito di 2,2 punti percentuali. A controbilanciare, ci sono i segnali positivi provenienti sia dai mezzi pubblici che negli ultimi anni hanno ottenuto una crescita superando il tetto dell’8 per cento, sia dalla movimentazione a piedi e in bicicletta.
Il 2023 ha decretato un leggero miglioramento nel profilo di sostenibilità delle scelte modali: il tasso di mobilità sostenibile, misurato sugli spostamenti effettuati (percentuale di spostamenti a piedi, bici/micromobilità e mezzi pubblici) è salito fino a toccare il 31,1 per cento, ma è lontano dal livello pre Covid. Con uno sguardo temporale più ampio, da oltre un ventennio non ci sono stati cambiamenti rilevanti in questa ‘partita’. Nel 2000 il tasso era infatti al 34,1 per cento. Il modello di sostenibilità ‘nostrano’ oggi appare perciò drammaticamente invariato, al di là di piccoli miglioramenti. Ecco perché occorre una scossa.
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«Tra i parametri di segmentazione territoriale del riparto modale – chiarisce il documento -, il criterio delle fasce di reddito medio comunale dei residenti presenta in assoluto le maggiori, e per certi versi inattese, divaricazioni: il tasso di mobilità sostenibile è direttamente proporzionale alla ricchezza dei comuni» e passa dal 20,6 per cento di quelli con meno di 15mila euro di reddito medio al 39,6 per cento di quelli con oltre 25mila euro di reddito medio. Emerge dunque che le soluzioni di trasporto in ottica sostenibile vanno di pari passo con i luoghi che hanno il ‘portafoglio più carico’. Chi guadagna di meno, è fuori. Non gli rimane che mettersi al volante. D’altronde gli spostamenti con i mezzi pubblici per le fasce di reddito più basse avvengono solo nel 5,5 per cento dei casi, mentre in quelle più alte la quota si assesta al 12,5 per cento. Incide su questa forbice, senza ombra di dubbio, «la maggiore presenza di città medie e grandi dimensioni tra i comuni più ricchi, la cui maggiore densità urbana – associata all’elevata disponibilità di servizi e infrastrutture per la mobilità sostenibile – favorisce l’uso dei mezzi pubblici, nonché lo sviluppo della mobilità attiva».
Maurizio Zanoni